2018
26.06

2018.06.26

Design e immagini in movimento


Il design diventa cinema, storia di oggetti, progetti, pensieri, intuizioni, visioni. Racconto per immagini, in movimento.

Design e immagini in movimento

Il design diventa cinema, storia di oggetti, progetti, pensieri, intuizioni, visioni. Racconto per immagini, in movimento.

Values of Design, la mostra inaugurale alla China’s Design Society a Shekou presenta 250 opere provenienti da 31 paesi diversi e collettivamente narra più di 1000 anni di storia del design. L’eclettica esposizione, curata e basata sulla collezione del Victoria & Albert Museum di Londra, comprende la fiaccola delle Olimpiadi del 1948, una serie di netsuke giapponesi, una tuta di Stella McCartney, Mon-Mon, un giocattolo di pelouche usato per inviare e per ricevere messaggi sulla piattaforma WeChat. Ma non basta: come introduzione alla mostra i visitatori sono accolti non da oggetti ma da un filmato: un’installazione su quattro schermi, prodotta dalla cineasta ceca Alice Masters e commissionata per collocare il design proprio al centro del contesto della società cinese contemporanea.

Il formato dell’installazione su multi-schermo è ispirato alle coinvolgenti produzioni di Charles e Ray Eames realizzate negli anni ‘60, che consentono di presentare contemporaneamente molteplici temi proposti dai curatori. Tra questi un’introduzione allo stesso V&A che mostra il lavoro dei restauratori del museo, insieme a scene da un mobilificio finlandese, a container che vengono scaricati e a persone che consumano un pasto nei ristoranti in strade laterali poco lontano dalla Design Society, nella città costiera di Shenzhen.

“L’idea di allargare l’orizzonte per collegare scenari e riprese diverse si sposa perfettamente con una mostra di design, ed è utile per mostrare i collegamenti non visibili tra risorse, produzione e utilizzo,” dichiara il curatore Brendan Cormier. “Il film getta uno sguardo su vari e differenti spazi nella vita di un oggetto, ma porta anche i diversi luoghi del V&A nella galleria di Shekou, così da creare un solido riferimento visivo con ciò di cui si occupava e si occupa il nostro museo.”

Values of Design porta avanti una lunga tradizione di musei e di istituzioni che trasmettono la storia e i procedimenti del design a un pubblico che utilizza l’immagine in movimento. Il Museum of Modern Art a New York per primo ha utilizzato i filmati nelle mostre di architettura e di design, collocando proiettori da 16mm nelle sue gallerie già nel 1937 e diventando il primo museo a utilizzare monitor TV verso la fine degli anni ‘60. E ha introdotto anche un’innovazione stilistica allargando l’orizzonte e la finalità di quello che un “film di design” potrebbe o dovrebbe essere, adottando un approccio sperimentale prontamente realizzato nella mostra del 1972, che fece scuola, dal titolo Italy: The New Domestic Landscape. Il curatore Emilio Ambasz programmò una serie di cortometraggi per trasferire nel miglior modo possibile il significato delle 11 installazioni 1:1 commissionate per l’occasione, comprendenti lavori di Ettore Sottsass, Superstudio, Gae Aulenti e Gaetano Pesce, per il pubblico americano.

Realizzati in Italia da registi emergenti come Giacomo Battiato, i cortometraggi presentavano immagini delle installazioni utilizzate, alternate ad astratte scene inventate di distopia domestica e riprese di lavoratori in sciopero per le strade di Milano, segno della complessità della società italiana di quegli anni. Con una colonna sonora comprendente tra gli altri brani dei Pink Floyd e della cantante lirica afro-americana Margaret Tynes, i filmati proponevano un’audace re-interpretazione della cultura cinematografica e televisiva popolare, utilizzando l’estetica del messaggio pubblicitario per raccontare un futuro prossimo pieno di problemi.

Anche la XV edizione della Triennale svoltasi a Milano nel 1973 optò per una scelta curatoriale audiovisiva, con intenti analogamente polemici, installando una serie di schermi TV programmati per trasmettere documentari su temi di antropologia, natura ed economia, presentati al posto di progetti concreti. Altrove il malinconico film di Aldo Rossi Ornamento e delitto proponeva estratti da opere di Walter Benjamin sullo sfondo della periferia milanese.

Molti protagonisti di quell’epoca costituiscono il tema di un nuovo documentario, SuperDesign, girato da Francesca Molteni in collaborazione con la curatrice Maria Cristina Didero. Realizzato come preciso contrappunto al libro e alla mostra omonimi – quest’ultima svoltasi a New York alla galleria R & Company nel novembre 2017 – il film presenta le interviste a 19 esponenti del movimento italiano di design radicale degli anni ’60 e ’70 e presentato in prima assoluta all’Architecture & Design Film Festival a New York pochi giorni prima dell’inaugurazione della mostra. Giunto all’ottava edizione, il festival è uno tra i sempre più numerosi programmi realizzati nel settore in numerose altre città tra cui Los Angeles, Singapore e Milano. La crescente popolarità di queste manifestazioni ha offerto ai cineasti ulteriori occasioni per ampliare l’orizzonte delle loro realizzazioni e, di conseguenza, attirare un nuovo pubblico verso il design e la storia del design.

“Un arco narrativo più ampio consente di raccontare meglio una storia – non si tratta solo dell’aspetto visivo del film. E poi realizza un’esperienza di visione completamente differente – si condivide l’emozione del film e poi se ne può discutere. Si crea una sorta di comunità nella sala cinematografica, quando si guarda insieme piuttosto che online.” Francesca Molteni

Da quando è stato fondato nel 2015, il Design Film Festival di Milano - forse inaspettatamente - è stato accolto con entusiasmo dalla comunità locale legata al design, in quanto ha proposto ai marchi del settore una nuova visuale e una nuova angolazione per comunicare la loro storia e la loro filosofia. L’edizione 2017 ha proposto ritratti cinematografici di Gio Ponti, Konstantin Kric e del fondatore di Lasvit, Leon Jakimič, insieme a Fare Luce di Gianluca Vassallo, uno studio esoterico del nostro rapporto con la luce in tutte le sue forme e nelle varie circostanze, prodotto da Foscarini, azienda produttrice di lampade e lampadari. Il film di Vassallo va ben al di là delle finalità commerciali per esplorare le caratteristiche emozionali che ispirano sia il processo di progettazione sia il nostro impegno a realizzare i prodotti che ne derivano. Tuttavia, come fa notare Molteni, non sempre i marchi hanno avuto grande intuito:

“Quando nel 2003 ho cominciato a realizzare filmati sul design le aziende non erano preparate e dicevano, ‘pensi davvero che possa interessare? È un divano, che storia può esserci su un divano’? Adesso è quasi l’opposto: ho avuto discussioni con aziende sul fatto che non c’era bisogno di presentare le collezioni in modo troppo esplicito nei filmati, perché avrebbero fallito l’obiettivo. Se il pubblico pensa che vuoi vendere un prodotto, lascia perdere. Devi destare la curiosità della gente, non forzarla a vedere le cose.”

Ora che il film è un elemento standard della strategia di comunicazione di molte aziende, commenti del genere sottolineano la sfida di controbilanciare le esigenze commerciali del cliente con la creazione di un racconto coinvolgente. Alla ricerca spasmodica di un’estetica visiva che si faccia comprendere senza bisogno del dialogo - una considerazione questa particolarmente importante per i mercati internazionali - alcuni filmati puntano soprattutto alle persone, alle competenze e ai materiali che fanno parte del processo produttivo. Documentando momenti di lavoro nei laboratori, film come il ritratto realizzato nel 2014 dal cineasta olandese Juriaan Booij della fabbrica De La Espada nel nord del Portogallo hanno contribuito a creare una visione contemporanea estetizzante dell’artigianato e dell’arte del fare, introducendo una nuova consapevolezza dei valori della produzione inerenti alla filosofia di marchio di ogni azienda. Dal punto di vista del marketing l’artigianalità può esprimere sia la qualità sia il patrimonio culturale, mettendo in evidenza i processi e le tecniche ripetute e riprodotte per molti anni.

Anche i designer hanno accolto con favore il valore estetico del fare. Lo Studio Swine, con sede a Londra, ha utilizzato la tecnica cinematografica fin dagli anni di studio dei suoi fondatori al Royal College of Art, lavorando con questo mezzo come risultato integrale fin dall’inizio di ogni progetto. Questa filosofia considera l’“esposizione” online altrettanto importante quanto la presenza fisica ai festival e alle mostre di design, e spesso la considera molto più conveniente. Mentre in passato i film erano concentrati sui processi e sui materiali, le produzioni più recenti del duo, anch’esse curate da Juriaan Booij, propongono un’estetica fortemente stilizzata, più vicina al filmato pubblicitario che non al documentario. Entrambi questi approcci hanno riscosso successo di critica e di pubblico raggiungendo i canali culturali tradizionali. Sea Chair, realizzato in uno scenario di riciclaggio di plastica a bordo di una barca da pesca, è stato premiato al festival di Cannes ed è stato selezionato per la distribuzione da National Geographic, mentre Hair Highway, una rappresentazione per immagini dei capelli umani come materiale per prodotti di lusso in Cina è stato visto da quasi mezzo milione di utenti su Vimeo. L’opera più ambiziosa, Terraforming, prodotta in collaborazione con Swarovski, è ambientata su un pianeta di fantasia interamente fatto di cristallo, con evidenti riferimenti ai temi antropologici del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio.

Tuttavia, nonostante la popolarità online di questi filmati, resta il paradosso tecnologico del modo in cui consumiamo il contenuto, come fa rilevare Cormier: “Non c’è mai stata un produzione video così cospicua, tuttavia i dispositivi su cui generalmente guardiamo un video sono schermi palmari minuscoli e limitanti. Giriamo in alta e sempre più alta definizione, ma con molta probabilità vedremo questi video entro piccoli dispositivi per social media.” Molteni concorda, insistendo a favore di più opportunità che consentano di fare questo genere di esperienze su più ampia scala mediante installazioni o schermi cinematografici.

“Secondo me un film si guarda con tutto il corpo, non soltanto con gli occhi. Immersi completamente in uno spazio con le proprie sensazioni fisiche – è quanto di meglio posso fare con il mio lavoro.”

 

Il recente incremento dei punti di distribuzione fisici per filmati di design, in particolare attraverso festival dedicati, dimostra la crescente attrattiva di questo tipo di esperienze. Per molti versi il mezzo ha seguito il percorso tracciato dal filmato dedicato alla moda, che è passato dall’online ad analoghi festival, mostre ed eventi presentati su grande schermo, ricollocando anche una parte dello spettacolo e della teatralità della passerella tradizionale in una forma più permanente di realizzazione dell’immagine. Resta da chiarire se l’effetto di trasformazione che il film ha esercitato sulla moda si ripeterà in modo altrettanto incisivo sul design, un settore che non può contare su un momento cruciale come quello della passerella, senza nulla togliere al Salone del Mobile. Una feticizzazione del fare inquadra solo efficienza e precisione, elaborando scarti o errori da un copione narrativo accuratamente predisposto, e mimando il cinema tradizionale per creare tensione e aspettative prima della rivelazione finale. Se mai, sono le produzioni di designer come Studio Swine, ancora una minoranza, che forse testimoniano meglio una mutata percezione di ciò che il design contemporaneo è o significa, documentando non solo gli esiti concreti della loro prassi ma proponendo un atteggiamento o una sensibilità per gli oggetti e i materiali con cui viviamo. Ma che cosa accadrà se diventiamo sempre più persone che guardano e non persone che usano il design?

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