2018
26.07

2018.07.26

In perfetta forma


L’arte della navigazione, la funzione per il viaggio, il segno che si fa icona.

In perfetta forma

La velocità e l’accessibilità dei viaggi aerei ai nostri giorni ci dicono che tendiamo a considerare il viaggio per mare anzitutto come un obiettivo per il tempo libero, ma i transatlantici del ventesimo secolo – navi come la Normandie, la Queen Mary o il Titanic – erano ben più di questo: erano modalità di trasporto per ricchi e poveri, simboli di modernità e di progresso tecnologico ed espressioni di nazionalismo e di sovranità.

 

Erano anche una piattaforma per mostrare l’arte e il design più raffinati, con interni che rispecchiavano l’evoluzione estetica di quegli anni. “Il ruolo delle navi come ambasciatori di uno stato erano equivalenti a una commessa di prestigio per un progettista,” afferma Ghislaine Wood, curatrice della mostra in corso al Victoria & Albert Museum Ocean Liners: Speed and Style, che esplora il design delle navi di allora. “Il proprio lavoro veniva messo in evidenza in un modo che non aveva uguali, perché queste navi rappresentavano il meglio della nazione moderna.”

 

Tuttavia, più che per il prestigio e per la visibilità, la commissione per un transatlantico attirava progettisti e architetti sul piano creativo e intellettuale, offrendo l’occasione di sperimentare in un’arena sotto certi aspetti libera dai vincoli estetici e concettuali dei progetti tradizionali. Nel 1871 lo scrittore Giulio Verne descrisse la nave Great Eastern di Isambard Kingdom Brunel come “più che una nave … una città galleggiante … non semplicemente un motore marino, ma piuttosto un microcosmo, che porta con sé un piccolo mondo”. Non sorprende che il pionieristico architetto modernista Le Corbusier considerasse i transatlantici alla stregua di modelli per lo stile di vita del futuro, ispirandosi alla loro dimensione e compattezza e al modo in cui realizzavano un equilibrio perfetto tra spazi condivisi e spazi privati, per i suoi progetti residenziali, compresa la famosa Unité d'Habitation a Marsiglia. “La nave da crociera è il primo passo verso la realizzazione di un mondo organizzato secondo il nuovo spirito del tempo” scrisse nel 1932. Il transatlantico ispirò anche “Walking City” – il progetto del 1964 di una metropoli gigante, mobile, che si adatta continuamente, ideata da Ron Herron dell’avanguardistico gruppo di architetti Archigram. Inoltre i vincoli pratici degli interni delle navi consentivano di sperimentare su scala ridotta: nel 1935, il designer Jean Prouvé si dedicò con interesse all’utilizzo della lamiera d’acciaio applicando i principi modernisti di funzionalità e di economia al design di interni per le cabine di terza classe dei transatlantici; prive di giunti orizzontali, per pulirle bastava un tubo flessibile a pressione.

Dal punto di vista del design di interni i transatlantici erano un luogo di illusioni, di spettacolo e di evasione. Come spiega il catalogo della mostra Ocean Liners, queste navi erano considerate “luoghi di passaggio privi delle convenzioni della terra ferma”, dove i passeggeri avrebbero sfoggiato capi all’ultima moda, conversato amichevolmente con personaggi famosi al bordo della piscina e frequentato ristoranti, bar e sale comuni. Come sfondo a questo mondo di fantasia ad artisti come Jean Dunand e David Hockey furono commissionate opere per gli interni (al primo i pannelli laccati in oro per il Normandie, nel 1935; al secondo un pannello per il bar riservato ai giovanissimi sul Canberra, negli anni ‘60). Mobili di designer come Robert Heritage, Ernest Race e André Arbus ebbero una collocazione di primo piano su alcuni transatlantici, mentre architetti quali Hugh Casson e Guillaume Gillet idearono progetti per gli interni. A loro volta i designer furono influenzati dagli arredi navali: Fauteuil Transatlantique, una poltrona relax progettata da Eileen Gray negli anni ‘20, si ispirava alle sdraio dei transatlantici.

 

Gio Ponti, probabilmente il più famoso designer italiano, fu affascinato dal design navale in senso sia teorico che pratico. In veste di fondatore della rivista di design Domus, negli anni ’30 dedicò due numeri interi ai transatlantici di progettazione italiana. Lavorò anche agli interni di parecchie navi, contribuendo a costruire la fama internazionale del modernismo italiano attraverso collaborazioni con esponenti quali il designer di arredi Nino Zoncada, commissionando opere a interessanti artisti e artigiani e anche grazie ai suoi stessi progetti, comprese le poltroncine per il Conte Grande, l’Augustus e l’Oceania, e altri. Lo scorso anno Molteni & Co. ha riproposto la D.151.4 di Ponti, una poltroncina imbottita con gambe in noce e ottone, apparsa in varie forme su parecchie navi, puntando sulla perdurante attrattiva dei progetti ideati in quegli anni.

 

L’arrivo del jet per trasporto passeggeri ha posto fine all’epoca d’oro dei viaggi per mare e, di conseguenza, al design navale. Oggi il design delle navi da crociera è ispirato ai principi del turismo di massa piuttosto che al viaggio su lunghe distanze. Nel frattempo le imbarcazioni da diporto per uso privato, la forma più lussuosa e appariscente di trasporto sull’acqua, sono appannaggio solo di pochi. Il periodo d’oro dei viaggi aerei è stato prima dell’era delle compagnie aeree low cost e della sempre maggiore sicurezza in aeroporto, e alcuni designer si sono dedicati agli interni degli aerei – l’arredo della cabina business disegnato da Hella Jongerius per KLM ne è un esempio. Ma forse proprio per la relativa brevità dei viaggi e per la mancanza di spazi pubblici collegati all’aereo, essi non hanno mai attirato i grandi nomi dell’arredamento d’interni, come era accaduto per le navi. Lo stesso si può dire dei treni: designer come Kenneth Grange, Priestman Goode e Barber & Osgerby li hanno progettati, ma gli interni dei treni più moderni puntano anzitutto alla funzionalità: l’obiettivo è rendere più comodo possibile un viaggio breve in uno spazio contenuto piuttosto che dare ai passeggeri l’opportunità di crogiolarsi nel lusso per quel breve tempo.

 

Forse per questo i progetti navali continuano a fare presa su designer e architetti. In questi ultimi anni parecchi grandi nomi sono passati alla nautica da diporto – e non solo perché si tratta di commissioni redditizie. Philippe Starck – che è cresciuto andando per mare con il padre – ne ha progettati alcuni, compresa un’agile imbarcazione di alluminio per l’allora fondatore di Apple Steve Jobs.  “Io vengo dal mare” confidò l’anno scorso alla rivista Boat International spiegando il suo interesse per il design navale. Quando Marc Newson svelò il suo primo progetto navale per il marchio italiano Riva nel 2010, spiegò che derivava dal fascino che avevano esercitato su di lui i designer italiani del dopoguerra con la loro capacità di realizzare in modo perfetto qualsiasi tipo di prodotto industriale, dagli arredi alle vetture. Nel 2016, quando l’architetto e accanito velista Frank Gehry realizzò il desiderio che accarezzava da lungo tempo di progettare un’imbarcazione per lunghi viaggi in mare – una barca a vela da 22 metri per il magnate del settore immobiliare Richard Cohen – le sue parole tradivano la profonda attrazione per il mare aperto. “"In barca è così, è come un idillio, un luogo di incontri romantici” disse.

 

E come i loro antenati a bordo dei transatlantici, molti designer considerano i progetti navali come un’occasione per sperimentare. “Come un oggetto dinamico che si muove in ambienti dinamici, il design di un’imbarcazione deve riassumere in sé altri parametri oltre a quelli dell’architettura – che sull’acqua sono tutti portati al limite estremo” aveva affermato l’architetto Zaha Hadid presentando il super concept yacht ideato nel 2013 per i cantieri navali tedeschi Blohm+Voss, che sfoggiava le curve sinuose dei suoi progetti architettonici.

 

Vincent Van Duysen, direttore artistico di Molteni & Co, che ha progettato imbarcazioni con il suo marchio, è dello stesso avviso. “Il design di imbarcazioni da diporto impone vincoli molto stringenti: tutto deve essere leggero, smontabile, e deve rispettare le norme, oltre ad avere una finalità funzionale” dichiara. “Inoltre spesso gli interni di queste imbarcazioni hanno dimensioni limitate, il che significa che tutte le proporzioni, gli spessori e i rapporti tra materiali, forme e dettagli devono essere analizzati e perfezionali con la massima attenzione; sono il risultato della combinazione di molti diversi aspetti del design, dalla leggerezza dei materiali alle tecniche avanzate, fino a soluzioni tradizionali basate su materiali raffinati e artigianalità pura.”

 

Naturalmente gli sviluppi tecnologici riguardanti i materiali e le tecniche fanno sì che i designer navali oggi abbiano meno vincoli del passato. Tuttavia Van Duysen fa notare che non è stata necessariamente una cosa positiva. “Il design delle imbarcazioni da diporto è dominato da atmosfere fredde, da spazi iper progettati e da strati e strati di dettagli decorativi” aggiunge.  “La maggiori possibilità in termini di materiali e di tecniche indicano che non ci sono limiti, il che può essere controproducente – gli interni di alcuni yacht sono ridondanti.” E in parte ciò è dovuto al fatto che oggi l’estetica di queste imbarcazioni è associata più a un’opulenza visibile piuttosto che al design di alto livello.

 

Per contro l’approccio di Van Duysen è stato quello di adattare piuttosto che di modificare, nel senso che la sua filosofia del design nel senso più ampio porta a un minimalismo pulito, a un lusso non esibito e a una gamma ristretta di colori e di materiali che caratterizzano i suoi progetti nel settore residenziale come in quello navale. La sua June Boat, completata nel 2012, e l’RH3, un’expedition yacht da 40 m, propongono entrambi tonalità calde, neutre e materiali quali legname rugoso, marmo, acciaio inox spazzolato, cuoio e lino. “Accanto al fascino o al carattere di avventura gli yacht sono la casa sul mare dove ci si sente protetti” aggiunge. “Progettare un’imbarcazione in cui si possa vivere come in una casa galleggiante mi attira moltissimo.” In questo senso il suo approccio al design navale richiama un’epoca passata, quando le navi erano considerate un microcosmo o un modello per l’architettura terrestre.

Forse quello che colpisce di più è il fatto che i designer tradizionali esprimono un approccio al design degli yacht che non si ispira né all’opulenza dei transatlantici, né alla vistosità associata alle imbarcazioni da diporto o alle navi da crociera di più recente realizzazione. Sia che tratti della gamma raffinata e sobria di legno di quercia, cuoio e onice dell’imbarcazione progettata da Foster + Partners per Alen Yacht, o delle linee pulite e degli interni dalle tinte chiare del lavoro di John Pawson – la semplicità delle proporzioni e gli interni naturalistici, quasi familiari di queste imbarcazioni di lungo corso rispecchiano il nostro concetto contemporaneo secondo cui il lusso è intrinsecamente legato al senso di comfort, di calma e sensualità piuttosto che a un’ostentazione eccessiva.

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