2018
05.06

2018.06.05

The Melting Pot


In concomitanza con la prossima apertura di un nuovo Flagship Store Molteni&C|Dada a Londra vogliamo tastare il polso della scena creativa nella capitale britannica, concentrando l’attenzione su tre coppie di designer.

The Melting Pot

Mentre il design di prodotto è passato dalle sale esposizione alle gallerie, è emerso sempre più prepotentemente un approccio ‘totale’ al design di esposizione e di installazioni. Quasi riproponendo gli studi degli anni ‘50 fino agli ultimi decenni del XX secolo, i designer lavorano non solo pensando alla forma e alla funzione, ma anche alla comunicazione e alle prestazioni. Questo approccio multiforme si sta diffondendo grazie a un rinnovato interesse per le arti applicate, alla facilità di lavorare al di fuori e al di là dei confini – sia nazionali che di disciplina – e al potenziale della prassi collaborativa. Presentiamo tre studi con sede a Londra, il cui lavoro è la realizzazione pratica di questa filosofia.

Soft Baroque
Sasa Stucin e Nicholas Gardner creano delle opere con funzioni e un immaginario in conflitto tra loro. Rispettivamente originari della Slovenia e dell’Australia, si sono conosciuti negli anni di studio al Royal College of Art (RCA) di Londra, e dopo la laurea hanno aperto lo studio Soft Baroque, che si occupa di design di oggetti e di arte. I loro lavori traggono ispirazione da qualsiasi cosa, da video su YouTube e strumenti di Photoshop all’architettura su pellicola cinematografica e all’estetica del design primitivo. 

 

Avete viaggiato molto lo scorso anno – partecipando attivamente a mostre e fiere a Stoccolma, Melbourne e Sankt Moritz, per citare alcuni luoghi. Ora che siete tornati a Londra che idea vi siete fatti dell’ambiente del design qui?
SS: Tornando a Londra ho accettato che il solo modo per essere qui è tenere un piede dentro e uno fuori – ossia partecipare a quello che succede qui, pur partecipando a un dialogo più ampio sulla scena internazionale. Qui c’è una comunità che però è come dispersa. Per un certo tempo ci ho fatto caso – avevo idee grandiose di una grande comunità con un immenso magazzino dove 30 persone potessero sedere e pranzare insieme – ma non c’è spazio per una cosa del genere a Londra. L’ambiente del design qui è più un insieme di isole – in cui i designer si spostano urtandosi a vicenda, creando ponti, e spostandosi di nuovo.

Quanto ha influenzato il vostro lavoro il fatto di non avere una base fissa?
NG: E’ una vera e propria sfida. Abbiamo dovuto mettere nel cassetto progetti a lungo termine dello studio, e quest’anno vogliamo fare in modo di avere una base di lavoro da cui poter attingere piuttosto che dover essere reazionari, come siamo ora. È molto più semplice sviluppare progetti con uno spazio fisso. Benché, come designer industriali, si potrebbe lavorare semplicemente su un computer, a me piace molto fare le cose. Le nostre forme definitive tendono a prendere vita in laboratorio – comportano provare e plasmare con le nostre mani, e per far questo ci vuole spazio.

SS: La vita da nomade mi ha sempre interessato molto, ma in effetti, con il nostro lavoro è impossibile. Richiede così tanti strumenti, campioni ed esperimenti che per fare i nomadi dovremmo cambiare così tanto il nostro lavoro che non avrebbe più niente a che fare con quello che facciamo adesso. Per ora la nostra priorità è concederci un po’ più di tempo e di spazio per concentrarci sul lavoro che ci piace fare.

In che modo le vostre differenti competenze ed esperienze entrano a far parte della vostra attività?
NG: In questo momento stiamo lavorando su pochi pezzi – arredi fotografici – che rappresentano un buon punto di congiunzione tra Sasa e me. L’ispirazione ci è venuta vedendo alcuni rivenditori tagliare vecchi cartelloni pubblicitari da utilizzare come banco da lavoro durante l’allestimento di una fiera. Sembravano pannelli presi da una pubblicità di una casa da presentare in mostra – davvero surreali – e da lì abbiamo cominciato a pensare a una stampa di grande formato come materiale nella società di oggi. Ci interessa mantenere un processo artigianale, dove artigianalità e cultura digitale, o artigianalità ed estetica del design contemporaneo si intersecano. Sasa ha una preparazione come creativa di immagini, io sono più vicino agli arredi, e il nostro lavoro potrebbe riguardare la creazione di immagine o basarsi sull’oggetto – e le due cose potrebbero essere intrecciate tra loro o magari restare separate.

SS: L’esplosione delle immagini negli oggetti mi ha sempre ossessionato – fare qualche cosa in 2D, spaziale. E Nic esplora i compositi e come i materiali possono essere uniti a sandwich per dar vita a un valore nuovo. Da qualche anno stiamo riflettendo su questa idea, raccogliendo riferimenti e considerando se i pezzi debbano essere funzionali o decorativi, e non necessariamente avere un senso compiuto.

 

Raw Edges
Con Raw Edges, Yael Mer e Alkalay creano mobili, installazioni e prodotti che puntano a giocosità, curiosità, colori, modellistica e movimento. Si sono conosciuti alla Bezalel Academy of Arts and Design a Gerusalemme e poi hanno proseguito gli studi con il Design Products MA all’RCA, fondando poco dopo il loro studio.

 

Che cosa vi ha dato l’idea di lavorare in collaborazione piuttosto che da soli? 
YM: Non abbiamo mai avuto l’intenzione di lavorare insieme – ciascuno di noi aveva i propri interessi, lavori diversi, idee diverse – e nonostante questo abbiamo studiato insieme sia per il BA che per l’MA, senza mai collaborare. Solo dopo la laurea, quando abbiamo lavorato con amici a un progetto in Cina, ci siamo resi conto che lavoravamo benissimo insieme.

Potreste descrivere come suddividete in modo equilibrato il lavoro tra di voi?
YM: Spesso, quando si collabora, di fatto si rappresentano due differenti aspetti del processo. Purtroppo per noi, abbiamo un patrimonio di competenze simile – entrambi siamo dei creativi. Ci sono delle differenze, e conoscendoci molto bene siamo in grado di sfruttare i nostri punti di forza secondo quello che ci viene richiesto – per essere più giocosi o più funzionali – e utilizzare le competenze e i processi di ciascuno.

Il fatto di essere uno studio che lavora in collaborazione come ha influenzato la vostra prassi operativa?
YM: Nessuno di noi due ha particolari capacità di espressione verbale, e il fatto che abbiamo bisogno di condividere le idee significa che possiamo allenarci a spiegare e ad esprimere le nostre idee. Dal dialogo possono arrivare un mucchio di cose interessanti, ci costringe a elaborare e ad esprimere il pensiero, ad avvicinare e ad allontanare lo sguardo.

Il vostro lavoro si serve di un’ampia gamma di mezzi, pur mantenendo una rotta concettuale ben chiara. Pensate che lavorare in coppia vi aiuti a mantenere in equilibrio l’ambito e l’obiettivo su cui concentrare l’attenzione? 
YM: Di fatto ci sembra che sia il contrario. Quando le teste sono due può essere più difficile concentrarsi. Ci vuole più tempo per tutto, ma la complessità è un elemento positivo – significa che il nostro lavoro è fatto di più livelli.

Secondo voi che cosa definisce l’ambiente del design contemporaneo a Londra? 
YM: Non saprei. È uno spazio così multiculturale che è difficile definirlo. Credo che sia una domanda difficile per un designer – ci vuole una certa distanza dal contesto per riuscire a vederlo.

 

Studio Glithero
Per Tim Simpson e Sarah van Gameren, fondatori di Studio Glithero, gli ingredienti chiave del loro studio sono il tempo e la trasformazione. Entrambi laureati all’ RCA’s Design Products MA, creano prodotti, mobili e installazioni temporali, e sono interessati tanto al processo – e al potenziale di prestazione – quanto all’oggetto finito.

 

Quali problematiche di fondo ha dovuto affrontare di recente il vostro studio?
SVG: Adeguarsi al nuovo clima politico e cercare di capire dove stiamo andando. La ragione per la quale siamo rimasti a Londra è il nutrimento culturale che offre e la sensazione che tutto sia possibile. Proprio adesso sembra di stare in un limbo – si sente una certa prudenza mentre ci costruiamo il nostro posto e la nostra posizione in questo nuovo clima sociale e politico.

Il potenziale dell’intersezione tra studio di arte e di design [a Londra] si adatta al vostro lavoro?
SVG: Sì, abbiamo sempre pensato che questo tipo di studio fosse possibile qui perché non ci sono preconcetti su che cosa debba essere uno studio di design. Può venirne fuori uno strano insieme di progetti, difficili da collocare, ma l’importante è far diventare realtà questi progetti.

Quale ritiene sia il modo più efficace per mettere in mostra il vostro lavoro?
SVG: Abbiamo sempre avuto uno studio a due facce. Da un lato abbiamo dei prodotti che facciamo con aziende produttrici o gallerie – li consideriamo un po’ come una costola del nostro pensiero. Dall’altro lato, quello che veramente ci piace fare sono le installazioni. Rappresentano il nostro pensiero creativo o la manifestazione di un principio e ci piace molto proporre tutto questo al pubblico. Nel programmare un’installazione parliamo sempre della coreografia del processo – ossia come il lavoro, il processo e il pubblico sapranno interagire.

Come distribuite tra voi il lavoro?
SVG: Operiamo entrambi a 360°. Sa che cosa vuol dire avere sempre avuto in classe qualcuno davvero bravo in disegno? Nessuno di noi era tale – eravamo quelli praticamente capaci di fare qualsiasi cosa. Siamo versatili. Possiamo fare ciascuno il lavoro dell’altro, ma abbiamo anche bisogno l’uno dell’altra. Tim è un fautore del pensiero laterale, mentre io sono più concentrata su un obiettivo – è la dinamica che ci serve per l’incubazione di nuove idee, e sono le nostre idee il binario principale nel nostro studio.

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