2018
19.06

2018.06.19

L’orgoglio di essere archivista


Negli ultimi anni l’utilizzo e l’accesso agli archivi ha assunto un ruolo sempre più importante nella cultura contemporanea della moda e del design.

 

L’orgoglio di essere archivista

Quando nel 2012 venne lanciato il primo numero, Archivist apparve subito ben diversa da qualsiasi altra rivista di moda. Invece di mettere in evidenza le nuove tendenze della stagione, intendeva far scoprire la storia dei capi di abbigliamento, scavando negli archivi dei marchi della moda ridisegnandone il contenuto, visto con uno sguardo contemporaneo. 

Il ritmo frenetico della moda indica che raramente si concede una pausa o un momento per riflettere. Al contrario, la sua produzione si perde rapidamente nel continuo avvicendarsi delle stagioni e con il susseguirsi di nuove tendenze. Archivist ha portato una ventata d’aria fresca in un settore che a volte ha mostrato un’incapacità di analisi approfondita e di valorizzazione.

Tuttavia, sebbene Archivist abbia cercato di tenersi a debita distanza dalle tendenze, il suo lancio ha percepito e fatto proprio uno stato d’animo – un interesse per gli archivi. Negli ultimi anni l’utilizzo e l’accesso agli archivi ha assunto un ruolo sempre più importante nella cultura contemporanea della moda e del design. Oggetti basati su materiali d’archivio sono spesso presenti nelle nuove collezioni d’arredo, come nel caso del lavoro svolto da Molteni&C con l’Archivio di Gio Ponti, mentre l’etichetta svedese Acne commercializza collezioni d’antan con il marchio Acne Archive. Anche nuove imprese digitali, come l’iniziativa We Wear Culture di Google, hanno puntato ad aprire al grande pubblico alcuni archivi. Come mai all’improvviso tutto questo interesse per l’archivio, per una realtà storicamente considerata un polveroso insieme di idee del passato?

Uno dei motivi principali sembra essere la spinta verso l’accessibilità nel design – l’impegno a rendere tesori d’archivio accessibili ai molti, piuttosto che ai pochi esperti che tradizionalmente hanno accesso a questo tipo di risorse. We Wear Culture presenta collezioni digitalizzate di più di 180 musei, istituzioni che si occupano di moda, scuole e altri archivi da tutto il mondo, mettendo tre millenni di storia della moda sotto le dita di chi naviga senza meta in rete. “Significa più democrazia e maggiore accessibilità agli oggetti che sono nel museo,” ha dichiarato Andrew Bolton, curatore del Costume Institute al Metropolitan Museum of Art di New York e uno dei partner del progetto, al momento del lancio nel 2017. Attualmente l’iniziativa raggiunge milioni di persone in tutto il mondo.

L’anno scorso l’editore britannico Bloomsbury ha lanciato Design Library, che offre un servizio analogo per testi accademici sul design: un archivio di più di 1700 articoli scritti da eminenti studiosi che coprono un arco di tempo dal 1500 a.C. a oggi. Pur essendo un servizio a pagamento, mette a disposizione materiali che altrimenti sarebbero difficili da reperire da un’unica fonte. In questo senso capitalizza qualcosa da cui i motori di ricerca in Internet ci hanno reso dipendenti: l’accesso istantaneo a ogni tipo di informazione senza dedicare tempo alla ricerca in biblioteca o negli archivi cartacei.

Del resto anche gli archivi fisici registrano un ritorno di interesse, soprattutto nel campo del design. In Italia l’archivio del design è diventato di recente un vero e proprio fenomeno – una breccia davvero insolita nel passato di un marchio o di una persona. L’organizzazione Museimpresa raccoglie questi archivi suddivisi in varie categorie e il sito dell’organizzazione fa da guida mostrando luoghi misteriosi e meravigliosi disseminati in tutto il paese, spesso associati a sedi di produzione. L’archivio Alessi presso il Museo Alessi di Crusinallo ne è un esempio, situato proprio accanto alla fabbrica. Al suo interno una collezione di prototipi, un catalogo storico completo di prodotti e rari esempi di grafica tipografica invitano a esplorare la storia di Alessi.

Nel design dedicato all’arredamento sono diventati uno strumento importante per l’ideazione di nuovi prodotti. Alla sua morte, nel 1979, Gio Ponti lasciò una ricca collezione di disegni di architettura e di progetti di design, custoditi nel suo vecchio studio in via Dezza, a Milano. In questi ultimi anni il designer Pierluigi Cerri ha curiosato negli archivi dedicati all’arredo con Salvatore Licitra, nipote di Ponti, per selezionare nuovi oggetti da far rivivere nella collezione Molteni&C. Oggetti d’arredamento come la sedia di Ponti per il palazzo della Montecatini (D.235.1) e la libreria progettata per la sua abitazione in via Dezza (D.357.1) sono stati riproposti a una nuova generazione di consumatori.

Nel frattempo Molteni&C ha consolidato il suo archivio anche dopo il suo 80° compleanno festeggiato nel 2015, realizzando un museo presso la sede centrale a Giussano, che fa vivere un pezzo di storia dell’azienda.

“L’archivio Molteni è stato costituito per tenere insieme e per rendere facilmente accessibili tutti i principali materiali dell’azienda, dalle foto ai cataloghi, ai libri, alla documentazione tecnica, che raccontano la storia [del marchio],” afferma Peter Hefti, direttore del museo. “Per noi la storia è un faro verso progetti futuri. Ci piace pensare all’archivio come a un corpo che vive, non solo destinato a custodire la storia dell’azienda, ma anche a riproporre prodotti importanti che oggi sono preziosi per il nostro pubblico.” 

Questa decisione ha portato a nuove edizioni di prodotti Molteni&C realizzati nel passato da designer del calibro di Afra e Tobia Scarpa, Yasuhiko Itoh e Werner Blaser.

“Sono esempi di prodotti oggi considerati di grande attualità e che formano una parte importante della nostra attuale collezione,” aggiunge Hefti. “Ricordano ai nostri clienti la lunga storia dell’azienda – del resto molti apprezzano il collegamento con un marchio che ha una storia nel suo DNA.”

 Sembra allora che l’archivio torni a svolgere un ruolo più attivo nel plasmare la cultura contemporanea, non limitandosi a definire il passato.

 

 

 

 

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