Michele De Lucchi: il conforto dell’architetto
INCONTRARE MICHELE DE LUCCHI È SEMPRE UN CONFORTO. PER UN’ORA O UN MOMENTO, SI ENTRA CON LUI IN UNA DIMENSIONE ALTRA, INTIMA E RIFLESSIVA, DOVE I PENSIERI E LE EMOZIONI SI CONDIVIDONO.
Accade nello studio che profuma di cedro, a Milano, o al Chioso, l’atelier che ha sede in un ex allevamento di polli, rifugio di campagna accanto alla celebre Rocca di Angera, sospesa sul Lago Maggiore. È qui che è nata, con la Galleria Jannone, la mostra per Palazzo Molteni, una calda giornata d’estate.
“L’ultimo pollo rimasto sono io”, scherza Michele, mentre ci accompagna in falegnameria, sotto il porticato, dove lavora con la motosega i modelli in legno che diventano sculture, e poi attraverso il grande prato verde con un vecchio albero al centro, fin dentro l’archivio con le casse che custodiscono prototipi, schizzi e fotografie dei suoi progetti per Olivetti e degli amici designer, come Andrea Branzi. E infine, nell’atelier galleria con opere su carta, acquerelli, legni cuciti, casette. Qui cerca ispirazione per i progetti di architettura, lavorando su visioni, tentativi, inciampi, dove il giudice è solo lui, Michele, niente committenti. Qui trova conforto dalle contraddizioni del mestiere.
Nel libro omonimo, “Il conforto dell’architetto”, scritto con lo psicosocioanalista Giuseppe Varchetta, si parla del dolore che prova l’architetto quando vede un pezzo di terra ingombrato con un nuovo edificio.
Come architetti, stiamo attraversando una situazione paradossale: per fare il nostro lavoro continuiamo a costruire, a occupare spazio e terreno, perpetuando una pratica che oggi sentiamo sempre più invasiva nei confronti della natura. E la natura sembra ribellarsi alle attività dell’uomo, mandando segnali attraverso i cambiamenti climatici e gli eventi metereologici estremi. D’altra parte, qualcuno deve creare il nostro ambiente di vita, che è essenziale per soddisfare le nostre aspettative e ambizioni perché, purtroppo o per fortuna, noi siamo animali che cambiano costantemente”.
Nello studio di Milano, AMDL Circle – un cerchio di progettisti che condivide la volontà di migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo – Michele ci mostra come, a partire da quaderni bianchi, crea agende fatte a mano, tirando righe e scrivendo date. “È un esercizio zen che ti aiuta a pensare come il tempo passa, perché ogni riga è un giorno”. E così, mentre ci interroghiamo sullo scorrere del tempo che ci porterà al 14 aprile, data di inaugurazione della mostra, cominciamo a pensare, insieme alle opere da esporre e al loro significato.
Il tema bello è domandarsi qual è il mestiere dell’architetto. Sai che a Firenze c’è ancora un’accademia che si chiama l’Accademia delle Arti del Disegno? Perché l’architettura era considerata la disciplina che utilizzava al meglio le arti del disegno”.
È a Firenze che De Lucchi si laurea nel ’75 e incontra l’architettura radicale, per diventare poi uno dei protagonisti dei movimenti Alchimia e Memphis.
“Sin dall’università mi sono trovato a pensare qual è il ruolo dell'architetto nella società. Nell'epoca dell'Architettura Radicale, per la prima volta si è cominciato a mettere in crisi l'idea dell'architetto come tecnico e costruttore, per portarlo a un’idea molto più vasta, aperta e politica. Ai tempi dell'Architettura Radicale, il mestiere dell'architetto era entrare in contatto con la società e trasformarla. All’epoca, si diceva, gli architetti non progettano lo spazio ma disegnano i comportamenti. Mi torna spesso in mente quel periodo”, confessa. “Soprattutto con Ettore Sottsass, abbiamo indagato la relazione tra architettura e arte, tra mondo tecnico-scientifico-ingegneristico e mondo culturale-artistico. E io sono ancora qui, dopo 50 anni, a domandarmi: ma che cosa fa l'architetto? Qual è il vero contributo che dà un architetto?”.
Da queste domande nascono le opere in mostra, una quarantina – le sculture Sasso, Edificio vuoto, Pagliaio, Legno Cucito, Casetta; le tempere su carta Cultivation Station, Architettura ideografica, Casa con Abbaini; i legni cuciti in rovere e le quadrerie disegnate. Riflessioni sulla materia, gesti personali, manufatti che seguono la logica del pensiero e del racconto.
“Le architetture in legno cucito con il filo di ferro”, per esempio, “portano con sé un’estetica imperfetta che mi ricorda gli edifici antichi, costruiti con tecniche artigianali che sempre esprimeranno la felicità del fare”, racconta.
“Il mestiere dell’architetto”, prosegue Michele, “è proprio quello di analizzare la società, capire come si evolvono il mondo e le nuove generazioni, quali sono i sogni e i desideri. Perché, alla fine, noi ci dimentichiamo dell'ambiente dell'uomo. Era Vitruvio che diceva come fai a disegnare un tetto se non sai quale parte del cielo vai a nascondere? Non fai il tetto per ripararti dalla pioggia, dalla neve, dalle intemperie, dal sole, ma lo fai perché rinunci a qualche cosa della tua relazione con l'universo. Anche la mia relazione con l'arte deriva da questo. La grande differenza tra artisti, architetti e designer è che un artista fa il suo lavoro senza giudici – un artista lavora su sé stesso, sulle sue percezioni, sul senso delle cose e sul senso che le cose hanno per lui.
Sorride, Michele. Medita, pensa, progetta, e viaggia, portando per il mondo il virus del pensiero radicale, il motto “chissà che cosa avrebbe fatto mio nonno?”, e un po' di conforto agli uomini che abiteranno gli spazi immaginati sulla carta. Riga su riga, ogni giorno, un nuovo tratteggio a segnare il tempo che passa, inesorabile e poetico.
Il conforto dell’architetto – The Architect’s Relief
Opere di Michele De Lucchi
in collaborazione con la Galleria Jannone
Galleria di Palazzo Molteni, via Manzoni 9, Milano
Dal 14 aprile 2026
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